Apicoltura “fuori dal gregge”

L’apicoltura è l’unico settore della zootecnica che è rimasta tra il paleolitico e il neolitico fino poco tempo fa, e all’improvviso è stata catapultata nell’era industriale, vivendo per 140 di massimo splendore per poi incominciare una calata drastica fino ad oggi.


L’anno Zero dell’apicoltura razionale è il 1851, quando il Reverendo Lorenzo Langstroth brevettò “lo spazio d’ape” , ma per essere pignoli :

  1. lo hanno inventato le api
  2. Qualche anno prima del 1851 era già utilizzato in Europa ( Dzierzon J. – A. Von Berlepsch . Per citare 2 apicoltori che mi vengono in mente)

L’utilizzo dello spazio d’ape, ha permesso l’invenzione di nuove arnie e nuovi sistemi per un allevamento standardizzato e redditizio.

Tutte le scoperte sull’apicoltura che pratichiamo ora, sono avvenute all’incirca dal 1850 al 1915, dopo di che, possiamo tristemente ammettere, che l’apicoltore medio, ha smesso di pensare.

Ora ci ritroviamo con tutte queste belle scoperte e utilizziamo i pronipoti di quei prototipi, magari con materiali più moderni, ma i principi son sempre quelli.

Usiamo gli escludi regina senza sapere a quanti mm l’ape non riesce a passare, siamo convinti che lo spazio d’ape sia di 9 mm, quando quello vero era 6, hanno scelto 9 per permettere alle in 2 favi di lavorare schiena contro schiena, alleviamo regine con il traslarvo e cupolini artificiali come se fosse una cosa recente e senza sapere a chi dobbiamo questa scoperta.

Sono veramente pochi gli apicoltori che cercano di ripercorrere i passi delle varie scoperte apistiche, ci si limita semplicemente a fare quello che c’è scritto sul manuale che solitamente è il riassunto del riassunto di informazioni provenienti da svariati testi dell’era industriale dell’apicoltura e tradotti male in italiano.

Poi dopo 150 anni, 2 apicoltori hanno spremuto le meningi e riescono a ragionare veramente fuori dagli schemi, inventando il sistema del Flow Hive, ma tutti li hanno presi per culo.

Dal punto di vista del pensiero, è l’unico oggetto apistico che ha richiesto un utilizzo di più di 3 neuroni dal 1851.

Io personalmente non lo uso e forse non lo userò mai, ma devo ammettere che è l’unico oggetto che si utilizza in apicoltura ADESSO che non proviene da qualcosa scoperto 150 anni fa.

Detto questo, vorrei invitare tutti gli apicoltori che mi leggono , a pensare, praticare un’apicoltura più consapevole e a porsi domande sul perché utilizziamo quella determinata cosa e perché funziona .

I nostri cervelli si stanno rattrappendo, ogni anno esce qualche fenomeno che pensa di aver scoperto il teletrasporto, quando invece ha rispolverato la prima ruota in pietra della storia.

L’apicoltura è l’unico settore della zootecnica che è rimasta tra il paleolitico e il neolitico fino poco tempo fa, e all’improvviso è stata catapultata nell’era industriale, vivendo per 140 di massimo splendore per poi incominciare una calata drastica fino ad oggi.

Quello che prima si otteneva discretamente e senza tanti sforzi, ora è ottenibile anche in quantità maggiori ma ogni risultato possibile ed immaginabile viene seguito da un bel “a condizione che”.

Ora che siamo palesemente tentando di correggere agli errori dell’era industriale, scappando dalle città, proteggendo la natura e riscoprendo quel legame spirituale che c’è tra uomo e il suo pianeta, quello che serve è tornare a pensare. Non sto chiedendo di dover fare la scoperta del secolo, ma almeno di capire perché le cose funzionano o se magari le tecniche e tecnologie che utilizziamo , siano magari sovradimensionate alle esigenze attuali o peggio ancora, obsolete.

Vi faccio un piccolo esempio:

che senso ha, ora, contare le varroe sul vassoio, se sono anni che sappiamo calcolare la percentuale esatta di acari vivi e vegeti sulle api? Ormai il fondo viene utilizzato per l’areazione e per non far schiattare le api durante i trasporti e molti dei trattamenti utilizzati come si deve, hanno un’efficacia del 90%, inoltre è possibile anche calcolare l’efficacia dei trattamenti, quindi, per quanto riguarda la varroa, possiamo anche tornare ad utilizzare il fondo chiuso. La rete ormai la si usa solo per l’aria.

Mi sto sempre avvicinando all’idea, che alle api bastino 4 tavole inchiodate, perché alcuni trattamenti, come il formico (per chi ha le temperature giuste) possono permetterci di tornare addirittura ai bugni villici.

Quel che mi chiedo è se è possibile utilizzare i nuovi trattamenti bio per tornare a praticare un’apicoltura più da raccoglitore che da allevatore e se magari un buon marketing mirato possa valorizzare meglio quelle minori produzioni di miele.

Anche le conoscenze attuali sulla biologia dell’alveare e sul suo ciclo di vita, frutto e merito delle arnie tradizionali e degli apicoltori pensatori, possono permetterci di avere controllo su un’apicoltura meno elaborata.

Ricordo ancora il mio primo mentore di apicoltura, morto pochi anni fa , utilizzava un telaino tutto suo, senza le orecchie di legno e non visitava le api come le visitavo io, cercando di controllare la sciamatura.

Lui aveva un rapporto di odio e amore verso le api, era convinto che avrebbero fatto comunque quello che volevano, si limitava a mantenere le api sane e raccogliere sciami con i melari , le api del melario rimanevano per una settimanella con entrata separata e poi le riuniva, tenendo solo una delle due regine. Aveva tra i 70 e i 90 alveari e soddisfaceva il fabbisogno di un comune di 10mila abitanti.

Tutta la sua apicoltura era abbastanza avanzata e utilizzava parecchio cervello, era un insegnate in pensione, vecchio stampo, quelli che insegnavano tutte le materie e ha sempre praticato apicoltura assieme alla coltivazione di ortaggi e frutta per la sua famiglia.

C’è stato un periodo, quando ero ragazzino, che avevo avuto la presunzione di aver superato il Maestro e avevo cominciato a pensare che ormai fosse obsoleto, ma solo ora, tutte le ore passate a chiacchierare nel suo apiario con un caffè fumante, dolcificato direttamente da un maturatore, stanno avendo senso.

Una cosa molto particolare erano gli sciami che vendeva:

La gente gli portava portasciami con telaini in primavera e mano mano li riempiva con sciami naturali primari giganti. Ricordo che quando gli presi una decina di questi sciami, ci misero davvero pochissimo ad andare in produzione.

Ovviamente non li vendeva tutti, preferiva riunirli con casse in produzione e fare acacia, millefiori, castagno, melata , senza doverle spostare di un metro.

Era un apicoltore pensatore, aveva le sue piccole scoperte e praticava un apicoltura su misura per lui.

Ora cercherò di elencare alcuni punti forti della sua apicoltura , altri li custodisco gelosamente assieme al ricordo delle mattinate in cui andavo a cercare conforto da lui :

  • aveva un terreno suo completo di acqua di fonte dove praticava anche agricoltura
  • i melari li teneva sul tetto del magazzino
  • sotto il suo piccolo laboratorio aveva una falegnameria dove si faceva arnie, melari e telaini
  • aveva riadattato tutta l’attrezzatura per lavorare più comodamente e velocemente
  • controllo della sciamatura moderato
  • conservava i melari sul tetto del magazzino in pile chiuse ermeticamente e trattate con lo zolfo
  • tutta la proprietà era circondata da fonti d’acqua per le sue api.
  • Metteva in produzione gli sciami primari e riuniva quelli medi o piccoli che raccoglieva con un melario
  • portava regolarmente ad analizzare ogni suo lotto e si era creato un bel marchio
  • viveva in simbiosi con il suo terreno e ne otteneva cibo per la sua famiglia e miele per l’intero comune
  • Ragionava sempre sulle api e sperimentava parecchio
  • aveva tutto segnato su un quaderno
  • sapeva accontentarsi
  • non comprava regine ma nemmeno le allevava
  • raccoglieva pappa reale quando asportava celle reali prima dell’acacia
  • aveva sempre qualche sciame appeso nel frutteto e non lo considerava un fallimento
  • nonostante tutto produceva un quantitativo di miele discreto, con medie di 25 kg
  • non comprava nulla e farsi materiale gli costava veramente poco

Non so perché ho pensato che il mio modo di fare apicoltura, all’epoca fosse migliore del suo.

Ero giovanissimo, patentato da poco, eppure praticando apicolture del tutto diverse a 2-3 km di distanza, ottenevamo la stessa quantità di miele. La differenza sostanziale è che raccoglievo meno sciami ma acquistavo continuamente materiale, mentre lui se lo auto-produceva ogni tot anni e stava apposto.

Oltre ai costi del materiale, io dovevo fare la spesa per mangiare, lui no e riceveva la pensione (ma lavorava in questo modo anche quando insegnava), mentre io in quel periodo dipendevo dal mio unico apiarone.

Successivamente, dopo aver sbattuto i denti con un grosso furto di alveari, ho approfittato per farmi qualche stagione presso apicoltori fuori e dentro l’Italia e ne ho viste di cotte e di crude.

Le paghe erano ottime e ho avuto la possibilità di praticare parecchi metodi di apicoltura, dalla commerciale più spinta, sia convenzionale che bio, alla gestione più moderata delle api, con poche centinaia di unità ma con gli stessi risultati di aziende da 2000 alveari.

Durante questo periodo ho capito 4 cose fondamentali:

1 nelle aziende che puntano solo al miele si lavora tanto e di corsa e se le cose vanno fuori controllo sono cazzi

2 le aziende che differenziano le produzioni, lavorano più umanamente e se una cosa non va come dovrebbe si recupera con altre produzioni

3 anche la formazione è un prodotto apistico

4 L’inverno del dipendente apistico è una merda

Quel che ho fatto successivamente è stato mettere a frutto le cose imparate fuori , riadattandole a quello che volevo e non volevo fare.

In quei anni non ho solo imparato molte cose sull’apicoltura, ne ho passate anche di tutti i colori.

  • ho dormito da solo in vecchie fabbriche abbandonate,
  • sono stato assalito di notte da dei procioni che mi hanno cagato pure sul letto,
  • ho condiviso una mansarda con dei lituani alcolizzati,
  • sono saltato dal pianale di un iveco in corsa ad un altro per cambiare squadra di lavoro,
  • ho raccolto un carico di apiscampo in polistirolo perso in autostrada con le macchine in corsa,
  • sono stato ad una grigliata a 15 km di bici dove ho bevuto Waldmeister offerto dai colleghi della squadra tedesca,fatto in casa con Galium Odoratum raccolto li vicino, non sapevo fosse allucinogeno oltre che dissetante, son tornato in bici di notte e l’unico lampione era quello del cancello del posto in cui dormivo, a 15 km.

Ora mi ritrovo con persone che si permettono di contestare il fatto che faccio moneta in tutti i modi e pure su internet, altri che si fingono me sui social e altri ancora con la quale non ho mai avuto a che fare che si permettono di inventare di sana pianta fatti miei che non ho mai condiviso con nessuno.

La verità è che con le api ne ho viste talmente tante, che gestire le api solo per la massima produzione, mi sembra veramente riduttivo a livello esperienziale, è come pretendere di vivere in simbiosi con la Natura, zappando la terra 18 ore al giorno, entri in simbiosi con la zappa, circondato dalla natura. Punto e basta.

L’apicoltura improntata solo sul business, senza nessuna ricerca personale e senza percepire la parte spirituale di questa attività, ti fa entrare in simbiosi con i fornitori di candito e con il cane del benzinaio di fiducia.

Con questo non sto dicendo che non bisogna praticare apicoltura da reddito, ma che bisogna lavorare anche su altre gratificazioni ottenute dalle api.

Guai a voi se interpretate queste mie parole come un richiamo alla mediocrità , il primo step da raggiungere con le api è il saper mettere in pratica , con discreto successo, le varie pratiche apistiche da reddito. Solo raggiunto il massimo potenziale, poi potete scalare le marce e fare un difficile ma graduale percorso di decrescita , cercando di mantenere inalterati i conti a fine stagione.

AnonimoApicoltore

3 thoughts on “Apicoltura “fuori dal gregge”

  1. Ciao, si sa, qualcuno scrive: mi servono dei nuclei. Quando ce ne sono disponibili? Mi servono delle regine. Mi fai sapere? Mi è parso troppe volte ormai che chi segue questa persona sia limitata ad un risultato certo, più che certo. I suoi nuclei o regine sono i migliori visti i “suoi” risultati…. Il più si ferma li..

    Anonomo (detto Francesco 😀)
    ci ha detto ormai (quasi) tutto quello che sa in fatto di tecnica apistica e ora è cresciuto (con noi) con uno spirito molto più vicino al significato dell’ape per quello che è nel significato di un apparente apparato del divino… Potrei ritenere (da esterno) che ci stiamo avvicinando al pensiero antroposofico in cui si cerca di assecondare soprattutto spiritualmente il superorganismo alveare (oltre che in modo stoppardiano…) come parte di un mondo (leggermente alla deriva) che necessita di un’attenzione rivolta più al tutto piuttosto che all’uno…

  2. Ciao Anonimo, mi fà piacere leggere i tuoi articoli perchè come le api ci fai sempre delle sorprese, ho apprezzato molto quando hai citato il vecchio Maestro, che lavorava con le sue api in totale autonomia, e come tutti noi, ad un certo punto della tua vita questa persona nei suoi metodi ti sembrava ” vecchia” ” obsoleta,” solo adesso ti rendi conto che in fondo i suoi metodi non erano così sbagliati anzi, ti apprezzo molto come persona, perchè nonostante la tua preparazione in campo apistico sei sempre alla ricerca della cosa migliore, e con umiltà ti metti in discussione, questo é sinonimo di persona intelligente, sempre alla ricerca del metodo migliore, anche se si è raggiunto livelli professionali notevoli, un saluto……Maury.

  3. Sei una persona eccezionale!
    Dopo aver valutato e, riflettendoci, anche provato ciò che con grande maestria hai saputo spiegare sull’apicoltura, specie nell’ultimo periodo ( che a mio modesto parere può portarci ad avere le stesse paranoie del gioco d’azzardo), mi chiedevo come fosse possibile che alla tua età tu avessi raggiunto una così grande saggezza. Con questo articolo ho capito che sei un Grande perché hai una naturale propensione a dare, hai vissuto tante dure esperienze (mentre secondo me potevi pure stare senza problemi con papà) ed hai coronato il tutto con tanta voglia di imparare e studiare. Sei un esempio per molti. Ti stimo! Pasquale

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